Sono ricominciate le scuole e io me ne sarei accorto anche senza alzare gli occhi dai selciati che spazzo. Aumentano le cartacce, le lattine e le bottigliette. Aumentano le cicche e anche gli sputazzi. O meglio, gli sputini. Perché gli sputi dei giovani d’oggi sono sputi senz’anima. Sono mosci e senza scopo. Capita che mentre sono lì che ramazzo tra di loro, alle fermate degli autobus, quasi mi colpiscano. Non lo fanno apposta, non se ne accorgono neppure. Gli escono dalla bocca con così scarsa spinta cinetica che dopo aver solo accennato un’idea di parabola, si spiaccicano a terra in verticale, di solito a pochi centimetri dallo stesso sputatore. Si lasciano cadere, trascinati dalla loro indeterminatezza. E sono continui. Più che sputi sono espulsioni, come se il surplus di saliva, invece che giù per il gargarozzo, dovesse essere evacuato all’esterno. Non ne vedo mai uno sputare come si deve. Quando ero giovane, c’era anche lì chi sputava, chi più e chi meno, ma sputare era un gesto pieno di energia e, nella maggior parte dei casi, con scopi ben precisi. Vuoi per sturarsi rumorosamente le vie respiratorie o come puro atto esistenziale, lo sputo che ne usciva aveva una sua identità. La parabola la mira, la precisione, erano concetti inscindibili dall’idea di sputo. Anche la consistenza ed il volume erano aspetti consapevoli e finalizzati allo scopo. Non come l’omologata liqueiformità di oggi. Quasi mai si sputava a casaccio, e neanche si sprecava. Prendevi di mira qualcosa, un albero, un gatto, un puntino che vedevi solo tu, e ne facevi un punto d’onore personale fare del tuo meglio. Oppure si faceva a gara. A chi sputava più lontano o a chi colpiva un bersaglio. Ho avuto amici di abilità impareggiabile, capaci di colpire i puntini delle “i” sui cartelli stradali, a tre metri di distanza. Virtuosi dello sputo, che giustamente ne andavano orgogliosi. Oggi, di quella stagione epica, non è rimasta neanche l’ombra. E neanche la consapevolezza che, nonostante il divertimento, rimane un atto deprecabile. Ho un figlio che anche lui sputazzava come un lama andino. Gli dicevo che era uno schifo, che le ragazze sarebbero scappate ma lui mi guardava un po’ così e non mi pareva cogliesse il punto. Ultimamente non l’ho più visto eiettare. Mi dice che ha smesso e io spero non ci ricaschi.
Sono ricominciate le scuole e fuori dai bar, alla stazione, sotto le pensiline degli autobus vedi giovani di tutte le fatte fumare come turchi. Più piccoli o più grandi, quelli più bravi e quelli meno bravi, vestiti bene e vestiti male, fumano tutti. Ne accendono una dopo l’altra e tirano in terra le cicche che vanno a infilarsi e riempire gli interstizi tra i cubetti di porfido. Ogni tanto, mentre sono intento ad estrarle con abili colpi di scopa, qualche anziano mi rivolge commenti sulla maleducazione dei ragazzi ma io gli ribatto che bisognerebbe prima fornirli dei posacenere di cui non c’è mai traccia. Anch’io ho cominciato a fumare a quindici anni e anch’io fumavo in maniera compulsiva. Quindi non saprei cosa dirgli oltre le solite frasi che già dicevano a me. In attesa che qualche adulto abbia un’idea nuova su come dissuaderli dalla pessima abitudine, prendiamone atto e diamo loro almeno i posacenere. Anche questo è fare educazione. Si insegna il rispetto avendo rispetto.
P.s. Sono ricominciate le scuole e sono andato in libreria a comprare dei libri per un altro mio figlio che fa quinta superiori. Pensavo di cavarmela almeno questa volta visto che l’ultimo anno di solito si usa la parte finale dei libri degli anni precedenti. Ma dei professori sono andati via e ne sono venuti degli altri al posto loro. E ognuno ha voluto libri nuovi. Ho speso più di trecento euro per una dozzina di volumi. È paradossale che con i tagli di moda nella scuola pubblica, agli insegnanti, alle ore di lezione, alle materie, ai costi di carta igienica e gessetti, l’unica cosa che non venga mai ridotta sia la spesa a carico dei genitori. È una scuola decadente e assurda, che perde autorevolezza e pezzi per strada. Ed è un peccato perché, cicche e sputacchi a parte, è una gioia vedere tutti quei giovani italiani con sacche in spalla accomunati e resi uguali dall’esperienza scolastica. Dove se non lì vi è la speranza di un mondo migliore?
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Alex 07/dic/2010 09:38:23
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